Le Manifestazioni

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Dante Maffia

La lotta tra razionalità ed emozionalità

Per questa relazione mi servirò di alcuni spunti della prefazione scritta per Il libro liberato, una delle opere più rivelatrici e rappresentative della produzione poetica di Alberto Caramella. Per una ragione semplice: parec- chie delle affermazioni da me fatte in quello scritto non furono interamente delineate perché altrimenti avrebbero allontanato dall’assunto preciso che era il libro in questione. Ma anche perché Il libro liberato lo considero una sorta di summa del fare poetico di Alberto, una fonte in cui sono racchiusi molti dei suoi rovelli. Rileggendo adesso le varie opere mi accorgo che dovevo probabil- mente insistere, per esempio, sulla lotta del poeta tra emozionalità e razio- nalità che è stato il fuoco perenne delle sue controversie interiori, la dualità della sua scrittura in perenne combattimento. Egli aveva modelli di cui all’epoca non parlai, non per svicolare dal problema, ma perché avrebbe comportato un discorso complessivo a sca- pito del testo da presentare. Proverò con degli esempi precisi nel corso della conversazione, con riferimento soprattutto al poeta che, secondo me fu il suo nume, T. s. Eliot, e al filosofo che lo guidò nelle sue azioni, seneca, non a caso studiato a lungo da Eliot in un saggio famoso intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane. Prima però è bene chiarire che negli ambienti letterari odierni circolano molti pregiudizi di carattere generale che spesso vengono venduti per metodologie critiche e sono appena dicerie non veri- ficate. Uno dei più radicati è quello riguardante gli scrittori prolifici che in generale sarebbero soltanto tesi a produrre molto nel tentativo di imporre la propria presenza con la quantità e con l’assiduità. Non c’è niente di più falso: Dostoevskij, Tolstoi, Balzac, Goethe, Lope de Vega, Campanella, per fare soltanto qualche nome, scrissero tantissimo e produssero più d’un capolavoro: possedevano le qualità, il genio, chiamatelo come vi pare, che coglieva in un lampo il fiume abissale che fa crescere il mondo. Né la dovizia espressiva né la ‘stitichezza’, come la chia- mava Palazzeschi, sono misure per determinare la grandezza d’un poeta, d’un pittore, d’un musicista, d’uno scultore. Picasso già vecchio realizzò, in una sola estate, circa trecento terrecotte, quaranta quadri, un profluvio di incisioni e di disegni. Dunque, si finisca una buona volta di muovere accuse alla dovizia che di per sé non è un pregio e non è un difetto o un limite se accompagnata da reale necessità di esprimersi. Mario scotti, durante un corso universitario su Manzoni (stavamo commentando il saggio di Croce su l’Autore de I promessi sposi) alla mia meraviglia di quanto avesse scritto il critico abruzzese mi fece osservare che ogni anno è composto di trecento ses- santa cinque giorni e se ogni giorno si scrivono due-tre pagine alla fine del- l’anno avremo oltre mille pagine, cioè cinque sei libri. si spiegano così le cento trentaquattro opere di Balzac nate in soli trent’anni e si spiegano così le infinite pubblicazioni di Goethe, ma anche di Carducci, di D’Annunzio e di Pascoli, per non dimenticare la scommessa clamorosa di Carlo Goldoni, oltre duecento cinquanta testi, trenta dei quali in un solo anno, o la valanga di opere di George simenon, circa trecento romanzi. La premessa è per invitare a entrare nel mondo di Alberto Cara- mella senza farsi condizionare dalla valanga delle sue pagine. si tratta di sta- bilire se sono pagine importanti, credibili, riuscite, se egli ha raggiunto esiti convincenti, se ha saputo creare sensi nuovi, albe o tramonti che altrimenti non avremmo potuto neppure sfiorare, se attraverso i suoi scritti noi pos- siamo, ancora oggi, analizzare la realtà in dettagli insoliti e significativi, se attraverso le sue poesie noi possiamo rubare all’eternità una briciola di incanto e un bagliore d’anticipo. Io dico di sì, soprattutto dopo la rilettura, dopo essermi immerso nuovamente nelle sue pagine, mai gratuite, mai nate da suggestioni effi- mere, ma da attente ‘ricognizioni’ elaborate attraverso una tecnica o un ‘rituale’ come diceva Richards, che mira a far ‘aumentare la sincerità’. Del resto ci sono scrittori che nascono quasi completi (Rimbaud, Lautréamont, Cecov, Lermontov, per fare qualche esempio) e altri che crescono via via in un accumulo di variazioni che sempre più scavano e arrivano all’anima delle cose e magari in vecchiaia strabiliano con sorprese ecla- tanti. Perciò non bisogna restare dentro il pantano delle dicerie; spesso gli stitici sono povere creature con pretese molto maggiori della loro portata e i doviziosi sono invece fiumi immensi che possono trascinare, talora, zavorre e ramaglie secche. Andiamo alla poesia di Caramella, opera ponderosa e poderosa, scom- messa coraggiosa di un uomo che ha molto vissuto e molto meditato, molto pensato e molto sognato, molto amato e molto goduto e sofferto. Migliaia di versi, organizzati secondo uno schema geometrico che presup- pone cesure e riprese, suddivisioni in capitoli e in tematiche, non si scrivono sull’onda del solo entusiasmo, sulla scivolata d’ardore che può essere sug- gerita da un evento straordinario o da una lettura illuminante. C’è altro al fondo, un progetto, innanzi tutto, e un progetto ha pretese che esulano dal- l’impatto emozionale, lo travolgono, lo assommano e lo trascinano per renderlo apoteosi di sensi nuovi, di vibrazioni inusitate. Il vecchio e il nuovo in Caramella si sfiorano e si combattono, amo- reggiano e si scambiano il fiato, sicché, direbbe Eliot, l’ordine esistente è autosufficiente prima dell’arrivo del nuovo, poi avviene una modifica e il presente altererà ‘il passato allo stesso modo in cui è il passato a governare il presente’. Insisto su ciò perché la poesia di Alberto Caramella nasce su radici solide, dentro la tradizione classica, anche se non disdegna le avanguardie, non le respinge, anzi ci si affaccia curioso e avido di confrontarsi. Da qui nasce e si radica nel poeta la lotta tra razionalità ed emoziona- lità. Diciamo subito, a scanso d’equivoci, che Caramella non fa nessuno sforzo per mettere d’accordo e far funzionare la dicotomia, ovviamente in un modo tutto personale. Riesce nell’intento perché non ha atteggiamenti preclusivi nel momento in cui s’imbarca nella grande avventura di riper- correre i mondi passati per trarne linfa e misure, musiche ed echi necessari alla sua espressività. Insisto su «necessari», perché il poeta ha sempre avuto, perfino nelle conversazioni con gli amici, la certezza (ed è appunto certezza eliotiana) che ‘il tempo passato e il tempo futuro sono contenuti nel tempo presente’. Questa certezza permette di dare a chi scrive la sua identità senza fronzoli, vivida e concreta, tanto che restituisce l’anima che dianzi apparteneva ad altri. simile allo schiavo che pur naturalmente uomo, nasce uomo nel momento della sua emancipazione, nel momento del suo saper con- frontarsi con la poesia che è diversità per eccellenza, scavo nell’insondabile, nell’invisibile. Una simile premessa, che sembra essere dettata dalle lezioni di seneca e di Montaigne, immette immediatamente all’interno di un’atmosfera di teologia delle sensazioni. “Non può finire il salmone che giunto / all’acqua pura muorendo il cerchio muove”. Perciò “il libro fugge invano”, qualsiasi libro, la poesia in genere e soprattutto, ed è doveroso affrontare per prima la partita doppia del dare e dell’avere, quella che fece scrivere a salvatore Quasimodo versi indimenticabili e dettò a Hermann Broch le meravi- gliose pagine sull’agonia di Virgilio. Broch aveva avvertito, a un certo punto della sua esistenza, che ‘sot- trazioni e somme vanno conteggiate davanti a un confessionale in cui ad ascoltare c’è il proprio doppio’, la proiezione di se stessi. Un doppio, però, curioso della sorte, smagato e saggio, ‘fanciullo che si duole d’essere cre- sciuto’, ma che ha compreso il senso della vita e della morte e tuttavia non sa come farlo intendere nella pienezza di un riscontro giocato sulle perce- zioni, sul sentire, sulle evocazioni, sui sussurri e sul fluire di una grande consapevolezza. A volte la consapevolezza per Caramella ha rischiato di essere un limite, oltre che un peso, e l’ha reso lucido e attento togliendogli quel senso di abbandono totale che serviva a dominare il flusso delle sensazioni. La razionalità ha combattuto con la emozionalità quasi mai ad armi pari, perché troppo era la valanga che stava alle sue spalle, troppe erano le spinte dei fulgori d’assoluto che premevano per avere udienza. Insomma, spesso Caramella s’è guardato vivere, cercando di cancellare la sua presenza da ciò che gli bruciava dentro, e di acciuffarne soltanto i bagliori. Un corpo a corpo da cui spesso è uscito vincitore e altre volte sconfitto perché la ragione ha avuto il sopravvento. Per poter seguire l’andirivieni delle idee e delle emozioni, dei ritro- vamenti, delle scoperte e delle riscoperte Caramella si lascia andare a una sarabanda orchestrata senza pudore, libera nell’esecuzione, affidata al flusso della coscienza. Non aveva altra arma per difendersi dal se stesso razionalista e realista e quindi non mette schermi, non innalza muri e così le immagini scorrono attorcigliandosi ad altre immagini depositate nell’in- conscio e nel subconscio. Di conseguenza si forma un impasto di tipo dan- tesco in cui i cristalli del sentimento e della malinconia si mischiano alle scorie delle perdite e al trionfo delle vittorie. Qualche volta capita che “sommando si ottiene molto meno”, come diceva il poeta, ma altre volte l’effetto è dirompente, è come se si allargasse il senso delle cose e trovasse una rigenerata natura. “Anche quando la pelle si assottiglia, / la stretta con la stretta non s’impiglia. / sconnesse fredde gocce si condensano. / Con- densano la triste sparizione.” Caramella colloquia con un tu che ha metamorfosi allettanti: è una donna amata, è il se stesso allo specchio, è la morte, sono gli incubi, i ricordi, gli strascichi di echi che si sono aggrovigliati nella sua psiche e hanno fatto deflagrare le verità ch’erano convinte di restare indenni dal- l’umano, sono i poeti preferiti, i fantasmi di luoghi che ormai esistono sol- tanto in lui e lo turbano con improvvise sfuriate di sensi e di nonsensi, di ardori che scalpitano per ritrovare l’assiepamento di un mondo perduto ormai nella dimenticanza di sonore assenze che divampano verso il nulla eterno. E tutto ciò è detto con accenti inusitati, con parole che bruciano, anzi divampano producendo aloni a catena: “Ed io, l’ignavo, aperto sangue riposato / al sole all’aria mi abbandono / e vivo il vuoto fresco delle nubi / inebriato celeste profondo. / Vivo una pena serena infinita… // sarebbe, forse, un epitaffio?” Ecco, il poeta non ha atteso molto per dirci d’essere dentro l’ora che volge al disio e ai naviganti intenerisce il core. Lo ha fatto con una domanda che sposta al dopo ogni conclusione. sarebbe un epitaffio? Lo è. Ma si tratta di un epitaffio da tessere lungamente, per mille e mille e mille giorni, da vivere fino in fondo rinnovando la vita ogni volta che s’ap- prossima la dissoluzione. Come l’Addio di Pedro salinas che perpetua l’a- more per sempre e lo fa a un tempo agonia e viaggio infinito. E in questo viaggio infinito verso la morte e verso la rigenerazione Caramella ci con- duce sornionamente, seminando il cammino di domande Chi debitore più del creditore? e di affermazioni, anzi di aforismi. È proprio quella «razionalità» creditrice della poetica di Eliot che lo porta a considerazioni filo- sofiche, che lo spinge all’interno di ipotesi suggestive ma che non hanno soluzioni se non le illusioni di un mondo di idee (Platone attraverso seneca e Montaigne, ancora una volta). L’impatto con la storia avviene comunque quasi inavvertitamente. scopriamo che il poeta è nato e rinato, che un tempo correva “la savana / sopra le spighe / attento alle voci del vento” ed era capace di saper discor- rere con la natura, scopriamo che pur essendo figlio della civiltà odierna non l’ha accettata ed ha paura del vuoto (la parola torna e ritorna a vortice riproponendo variazioni semantiche che ricordano anche certe reiterate invenzioni luziane ricavate a loro volta dalla voce di Racine): “Coesi da pro- positi incostanti / poggiati su ragioni inconsistenti / traditi da supporti inef- ficienti // i pilastri decadranno. Ed io dove / dove m’appoggerò?” Ne Il libro liberato c’è una sezione, Frutti, che sembra voglia diso- rientare il lettore. Dapprima crea un clima kafkiano rarefatto e incombente e poi, invece di parlare di frutti (naturalmente da intendere in maniera figu- rata), parla di animali. Incontriamo la lumachina, il giaguaro, il granchio giallo, il coiote, la iena, il serpente, la gallina, il gatto, il polpo, il leone, la preda che becca, lo scorpione, l’uccello, gli aironi, i greggi. Un vero e pro- prio zoo, ma non mancano i frutti e non mancano annotazioni della vita quotidiana, nature morte colte nel momento di grazia, riferimenti ad azioni di tutti i giorni. Insomma, la vita s’impasta a tutto, non resta con- gelata nelle azioni prestabilite, non si ammuffisce nello schedario del risa- puto. E Caramella ne trae il lievito per leggere il passato e per vedere che cosa c’è dopo la curva. È come se non si aspettasse nulla e invece vediamo che ogni incontro, dal più apparentemente insignificante al più clamoroso, lo riempie di nuova linfa, gli dà quell’“Energia” che egli scrive con lettera maiuscola per farci intendere che niente si disperde nella insignificanza. Certo, non è stato facile per il poeta addomesticare la sua natura di giurista alle esigenze della poesia che non ama gli affondi, anche se ama moltissimo la precisione. Ha dovuto ritagliarsi degli angolini della sua anima dentro cui immettere la schiuma dei suoi umori eliminando i dis- sapori della congruenza a tutti i costi. Credo che in questo sia stato aiutato dalle letture novecentesche che da una parte lo hanno sfrenatamente fatto adirare e dall’altra lo hanno messo a confronto con esperienze nuovis- sime, dinanzi alle quali non è fuggito, ma si è confrontato vivendone le contraddizioni e i malesseri, le nebbie e gli approdi. Prova ne è la sezione Moltiplicazioni e divisioni de Il libro liberato che si apre con undici versi cantabili per immetterci subito nel sussultare di eventi che si rincorrono sul filo di sensazioni colte sull’onda di rapidi movimenti. sono passaggi d’immagini che si sgretolano, sono visioni, sono tranches de vie che sembrano trascinare con sé umano e disumano, mondo colmo d’oggetti e mondo dei sogni, razionalità ed emozioni, ancora una volta. È straordinario il poeta nel sapere rapportare la liricità alle vetrine, agli ascensori, al gelato, a un’insegna, al grembiule, all’astuccio. Il caleidoscopio si snoda con forza magica ed egli si abbandona ai colori e alle linee, si fa linea, colore, aria, pulviscolo, infiorescenza, vola da un posto a un altro, si va rendendo conto di ciò che il movimento determina. In Caramella ci sono sempre sfumature che si concatenano: matriosche che partoriscono figure e canti. Ma si tratta di figure evanescenti, fantasmi di una civiltà che non trova requie e anela alla perfezione, pur sapendo che non esiste se non nell’Utopia; canti che sono sottofondo di antichi misteri inesplorati e che vincono il malessere del turbamento con la convinzione che la ripetizione è non solo la materia sorda del vivere, ma anche il necessario grido dell’i- neluttabile. È difficile seguire le opere di Caramella nel loro labirintico intrecciarsi e dipanarsi in rivoli e in biforcazioni, in quadrivi che si aprono in altri qua- drivi, ma al centro c’è comunque il poeta che non si lascia andare allo sconforto se perde il capo di un filo.Tuttavia non è ingombrante, ma sol- tanto vigile, frenato: ancora una volta avverte (si avverte) che egli non si è completamente dissolto nell’acido muriatico del lirismo totale. Anzi, più a volte si fa ressa e confusione e più egli potenzia l’incanto e la meraviglia con accorta attenzione: “Imperfetto sostavo / come all’atrio al giardino di Cór- doba, / comunicante centro bocca cupola. / Pregavo?” Non si sa bene, mentre si legge e si vive la poesia di Caramella, se si è dentro una favola o dentro una notizia (è l’andamento di Eliot dei Quattro quartetti, è il ragionare sottile e deciso di seneca, è lo scontro perenne tra razionalità ed emozionalità). Gli elementi si scontrano, si abbracciano e si divincolano sfrigolando, annidandosi in capsule di nuvole vaganti, in rancori d’inedia, abbarbicandosi a processi di perplessità che offre soltanto dubbi. E si sa, è dai dubbi che scaturiscono le grandi verità e le rivelazioni. Ma quali sono queste verità conclamate e quali le rivela- zioni? Tutta l’opera di Alberto Caramella si configura come il romanzo di un intellettuale, cioè “il romanzo di ogni uomo che nella vita sia portato a svol- gere un’attività puramente conoscitiva”. si dà il caso però che questa atti- vità conoscitiva Caramella la svolga con il piglio di un sonnambulo che ha molto percorso inferni e paradisi e che adesso vuole entrare nel divenire senza preoccuparsi di ciò che accade dietro a lui, davanti, a destra e a sini- stra. Come Plotino, Caramella è convinto che l’eternità non è un accidente della natura intellegibile, ma che è questa natura e viene da essa ed è in essa. ‘Gli esseri primi’, dice Plotino, ‘devono essere uniti ai primi ed essere nei primi; perciò anche la bellezza è in essi e viene da essi, e così pure la verità’. Plotino, seneca, Montaigne, Eliot, Luzi… Più filosofi che poeti, osservazione da meditare, che comunque ci conforta nell’affermazione del nostro binomio: razionalismo ed emozionalità. Credo che tutta l’opera di Alberto Caramella si possa leggere attraverso la lezione dei tre filosofi citati, perché la sua è storia autentica di un’anima individuale che è possibile solo a condizione che l’Uno sia in essa immanente sotto la forma di una perenne ed essenziale aspirazione all’unità. scrive Giuseppe Faggin che ‘Nell’anima la presenza dell’Uno non è possesso ma esigenza e presentimento; per quella presenza il suo atto è insieme di unificazione e di trascendimento: unifica il molteplice sensibile nell’unità del concetto e la molteplicità dei concetti nelle vaste sintesi metafisiche, ora nella ricerca di un’unica archè cosmologica, ora di una pri- mordiale energia rigeneratrice’. Le moltiplicazioni e le divisioni si spiegano perciò se sapremo cogliere le valenze metafisiche che Caramella sparge a lar- ghe mani in ogni sua composizione, anche quando si occupa di un inci- dente automobilistico (“Pacificato nel mio tempo intero / semplificato nel respiro pieno / non c’era niente più di complicato”), di una bambola computer o di una corrida (“La banderilla oscilla. / La cosa attende il colpo della spada”). sono indicazioni ricavate da Caule (termine usato dai botanici), sezione de Il libro liberato che si apre con una delle liriche più preziose di tutta la raccolta, quasi una dichiarazione di poetica: “Quando l’implosione / sarà perfezionata / la nascita sarà / dalla vecchiaia. // Prima torneranno / cose tristi e vuote. / Poi sarà l’incontro / grigio, l’esperienza. // A mano mano / mitiche speranze / lieti turbamenti / muscoli scattanti / fino al balbettio / tenero d’infanzia / fino alla scomparsa // giovane nel tempo / prima d’ogni tempo.” Negli Emistichi la verve ironica di Caramella si fa più densa e più cor- rosiva. sembra di assistere al tramonto della ragione storica, per parafrasare un titolo famoso di ortega y Gasset. La nostra epoca confusa e contrad- dittoria viene interpretata per baluginii. In accenni egli coglie la crisi in atto, non come uno storico che indaga i fatti e i protagonisti nelle correla- zioni politiche ed economiche, ma come un artista che avverte il prurito delle metamorfosi e gli ruba l’aurorale fioritura. Il caule si travasa in emi- stichi e scocca la scintilla di una sintesi estrema, in cui ogni parola distilla un pensiero, una posizione ideale e perfino ideologica.Torna ancora Eliot, torna seneca. sarebbe interessante scandagliare tutti i libri di Caramella per cercare quali sono le corrispondenze che s’incrociano, quali sono le eventuali divergenze e che cosa c’è di unificante in questa marea di versi che si muo- vono come onde inquiete. Io ho colto innanzi tutto che il linguaggio di Caramella è una musica e una passione (l’espressione è di Borges) che svela i segreti della sua esistenza attraverso allegorie forti e decise, attraverso analogie fulminee, attraverso immagini rese con senso plastico e coloristico. La ricchezza espressiva del poeta però non si scioglie in aggettivazioni cari- che o in preziosismi di carattere meramente filosofico. Egli sa centellinare la sua dovizia con un rigore ammirevole, al punto che anche il gioco delle rime arriva aspettatamente inaspettato, piacevolmente sonoro. Quando Alberto Caramella scrive cerca di essere leale col sogno e non con le circostanze avvertiamo che questo suo modo di procedere è il segno distintivo di un poeta che è riuscito a intravedere il lievito della persuasione tanto cara ai poeti del primo novecento italiano. La consapevolezza a cui ho accennato però in lui non diventa mai effervescenza futile o sincope sofistica, o intellettualismo. Il suo progetto è ambizioso, poeticamente alto, e perciò non dà la stura alla sua intelligenza se non mischiata ai turbamenti. Corroborare di pensiero la poesia è un conto, un altro è farla diventare pen- siero soffocando le immagini. Egli sa tenersi in perfetto equilibrio e scrive con la certezza d’essere nel magma infuocato dei mutamenti in atto sia nella sua persona e sia attorno a sé, ma non si atteggia a protagonista assoluto e unico: il mondo è protagonista, è verità che si rispecchia in lui e lo illumina di quel calore che sa accendere i cuori. Noi lettori così lo possiamo seguire nella liberazione, adottarlo, diventare cauli dell’albero maestro che tro- neggia nel mezzo del prato-vita. È vero, la poesia non si pone mai nel fastidio di recare messaggi, anzi spesso i messaggi li distorce e li mette in fuga per evitare la faziosità della ripetizione, ma Caramella riesce a sfuggire alle grinfie di tutte le regole e ci fornisce la traccia di un nuovo codice per lo più fatto di spartiti su cui le note impazzendo suggeriscono di entrare a capo scoperto nella felicità della conoscenza. E non vi meravigli nulla: mentre attraversate le sue pagine, può accadere perfino che “Dal televisore / – non era un sogno –” scorra “una vicenda d’ombre” o che “Tra l’alfabeto e l’anima si estende / sul flauto di canna l’infinito”. La lotta tra razionalità ed emozionalità dunque è la misura che dà fiato e linfa a questo poeta che ha sempre cercato di far combaciare intel- letto, intelligenza, cultura, filosofia ed emozioni in una parola limpida e calda di percezioni altamente significanti. A me pare che sia riuscito nel- l’intento, che abbia saputo far fiorire nella razionalità certi sensi nuovi d’emozioni e nelle emozioni alcuni principi estetici ed etici che lo hanno sempre assillato. In tempi come questi in cui i valori dello spirito sono a zero, la lezione di Caramella è un balsamo a cui guardare con estrema attenzione, direi addirittura con complicità.
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