Le Manifestazioni

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Martha Canfield

La spada e la parola
 
Per un lettore poco preparato, la poesia di Alberto Caramella irrompe con la forza, l’intensità e la prodigalità di una fonte incontenibile. Malgrado egli abbia dedicato la sua vita alla Giurisprudenza, essendo stato docente universitario e avvocato e avendo esercitato con grande successo queste professioni fino al momento di andare in pensione, la scrittura poetica, che sembrava un’attività marginale e quasi segreta della sua vita, è emersa a un tratto con una forza, un’intensità e una sicurezza espressiva che ci permettono di capire che per lui sia stata sempre fondamentale. Per lui, in effetti, è stato naturale invertire le priorità, una volta conclusa la sua attività professionale, e concentrarsi nella letteratura con la sua caratteristica costante disciplina. Così, insieme alla creazione del suo splendido centro – dedicato in maniera intensiva alla promozione e alla diffusione «della poesia di Firenze nel mondo e della poesia del mondo a Firenze», come lui amava dire – incominciano a uscire, uno dietro l’altro, densi volumi di poesia in cui l’autore propone via via, ordinata e sistemata, la produzione di un’intera vita. I primi libri di Alberto Caramella – di straordinarie dimensioni, visto che tra i tre arrivano a quasi un migliaio di pagine – raccolgono panoramicamente, senza privilegiare nessuna delle varie linee tematiche, gli scritti in versi prodotti lungo più di mezzo secolo: Mille scuse per esistere, 1945-1995; I viaggi del Nautilus, 1997; Murales lunares, 1999. E questa abbondanza di materiale, che corrisponde a tutta una vita ma che il lettore si vede comparire a un tratto come incontenibile alluvione poetica, inizia a generare il bisogno di una selezione antologica. successivamente avremo il piacere di vedere, almeno parte di questa opera, tradotta in altre lingue (si vedano Alberto Caramella, Poesie, a cura di Claudio Mariotti, prefazione di Marilla Battilana, Polistampa, Firenze 2003; e El mar y sus enigmas. Antología poética, a cura di Martha Canfield e Márgara Russotto, Igitur, Montblanc (España), 2005.).
Intanto, mentre gli amici antologizzano e traducono la sua opera, il poeta – che comunque non smette di scrivere – si ferma inoltre a riflettere sullo spazio in cui ora concentra la sua attività e nel quale trascorrono dina- micamente i suoi giorni. È così che nasce il libro tra poesia e architettura che porta il titolo eloquente La casa della luce (1999). Questa casa non è altro che la splendida sede della Fondazione il Fiore, situata sulle colline fio- rentine, in mezzo a boschi di ulivi e cipressi, antica dimora ricostruita con mirabile e affascinante modernità dall’architetto Lorenzo Papi. Poi vengono alla luce, a breve distanza l’uno dall’altro e tutti nell’anno 2000, altri tre libri di poesia che, ora sì, sono organizzati in maniera consapevole e programmata: si tratta di raccolte cresciute in poco tempo e ognuna attorno a una tematica in particolare: Cartella di vacanza (sur le Lac Leman), nasce durante una vacanza e riunisce le poesie che sono sorte da ogni esperienza quotidiana, quasi in forma di diario; Il soggetto è il mare sviluppa in circa dieci componimenti il tema del mare. Il sopradetto titolo è molto interessante, infatti si può ivi notare che la parola «soggetto» ha un duplice significato: da un lato pone l’attenzione del lettore sul tema del libro, il cui oggetto è appunto il mare; dall’altro lato la medesima parola «soggetto» sta anche ad indicare che il mare è «soggetto» e quindi parla, in modo che il mare stesso diventa la voce poetante. Infine, Interrogazione di poesia riunisce tutti quei componimenti che rimandano al «mestiere» del poeta e che via via creano una ricca e personale teoria poetica. Non importa che questo sia stato o meno l’ordine in cui sono state scritte le raccolte, l’importante è sapere che esse rappresentano una nuova coscienza della pro- grammazione della scrittura da parte dell’autore e che questa programma- zione raggiunge un momento culminante nella riflessione metapoetica. Dato che nei primi tre libri di Alberto Caramella, come già detto, si raccoglie la produzione poetica di mezzo secolo e che i medesimi corri- spondono quindi a un ciclo esistenziale «apparentemente» compiuto, è logico che il tema predominante in essi sia il bilancio del vissuto, insieme alla meditazione sulla morte e, ogni tanto, l’evocazione di limpide memorie e di sogni dell’infanzia. sottolineo l’avverbio «apparentemente» perché, come si vedrà, non è veramente compiuto; e precisamente attraverso la poesia, questo ciclo esistenziale si riapre affacciandosi a nuove strade. Tra le memorie dell’infanzia – fiabe ripetute, personaggi fantastici che popolano le notti senza sonno aperte al futuro – sorge, con un certo pudore e con una grande tenerezza evocativa, la figura del padre, cui il bambino Caramella si rivolge dandogli del voi, cioè scegliendo un pronome molto rispettoso e ormai quasi dimenticato: “Babbo andate voi / a prendere il vino in cantina? / Il voi suonava tenero contento.” (Accoglienza, VN)
Ma è senz’altro l’impressione di percorrere l’ultima tratta del cammino e di avvicinarsi all’ultima stazione (si veda la poesia Treno locale, LM) ciò che predomina in questa prima parte della produzione di Caramella. Così, le frasi più banali di una conversazione casuale acquistano – nella per- cezione meditativa dell’anziano – il valore di una sentenza: “s’alzò un braccio prima d’ogni suono: / s’è fatto tardi, disse conclusiva.” (Portatore d’acqua, ME) E nella riflessione lucida e priva di speranze dell’agnostico, risulta che “La morte è neutra. La vita indifferente” (Giorgione immaginato,VN). In questo modo, un po’ alla volta, il valore del vissuto viene valutato in rap- porto con la poetica. ‘Ho letto molto e ho vissuto poco’, diceva Borges, forse senza grande rimpianto. Per Caramella entrambe le esperienze sono state intense e si confrontano nei loro rispettivi segni grafici: nelle rughe del volto rimane inciso il vissuto e nelle linee della pagina esso si riscatta, anche se la tirannia del tempo alla fine riduce pure quelle: “Mi restano pre- ziose alcune rughe. / Mi restano soltanto poche righe.” (Sei fratto cinque, ME). La funzione catartica della scrittura produce effetti a breve e a media scadenza: si nota in primo luogo come il tema del tramonto e della morte, così presente nei primi tre libri, si diluisca nei seguenti. E in secondo luogo si nota come sia sempre maggiore lo spazio aperto al dialogo con gli elementi della natura e all’espressione di una sintonia fra tutti gli esseri viventi – sintonia non molto frequente nella poesia contemporanea – nella quale il poeta è soltanto un’altra creatura, affine e a volte identica alle piante e agli animali che lo circondano. I gambi tagliati dei fiori sono come ferite nei polsi palpitanti di un braccio (Tavolo contro finestra, VN). Il poeta percepisce le inquietudini, i segreti impulsi, i movimenti talvolta minimi degli uccelli, i cani, i gatti, gli insetti che lo circondano. E quando registra le percezioni quotidiane delle sue vacanze sul Lago Lemano, la comunione con l’universo comprende le nuvole, le montagne, il vento, lo stesso lago, ognuno di questi elementi lascia delicatamente sul quaderno o «cartella» delle vacanze – sulla pagina bianca e disponibile – un semplice e profondo insegnamento di intrascendenza individuale e di contrasto tra la fugacità della condizione umana e l’eternità della natura. Lettore di omero, Caramella non dimentica che ‘come la generazione delle foglie così è quella degli uomini’ (Iliade, VI-144): questi passano e i loro tratti indi- viduali si perdono e si confondono nel tutto universale; ma dopo una generazione ne segue un’altra, come le foglie sui rami degli alberi. Per questo ogni violenza viene alla fine assorbita, ogni presenza costante si rivela tutelare, e ogni piccolo avvenimento risulta l’eco del dialogo cosmico tra la transitorietà e la permanenza: “A lungo l’uragano ha scintillato / silenzioso stanotte, impassibile il lago. / C’ero prima, diceva, e ci sarò / ancora quando ti sarai sfogato.” (CV, p. 73) Fra tutti gli elementi naturali, il mare è quello che raggiunge la dimensione simbolica più intensa e quello che alla fine diventa l’interlo- cutore privilegiato dal poeta: Il soggetto è il mare, soggetto grammaticale e poetico, oggetto di osservazione, tema di riflessione e termine metaforico. Il mare, che Caramella osserva attentamente durante le sue vacanze estive, e che dopo evoca più volte nella sua residenza circondata da alberi e colline, gli si rivela con il valore che ha sempre avuto nell’immaginario universale, vale a dire come simbolo della dinamica della vita. Tutto nasce nel mare e tutto ritorna nel mare. Ecco perché la femminilità, che in questa poesia si manifesta con grande pudore e sobrietà, si diffonde e aleggia vigile dall’o- rizzonte marino. E il desiderio di fusione con l’altro – l’uomo con la donna, il fugace con il permanente, il profano con il sacro – affiora nel con- fessato desiderio di “bere il mare”: “Il mare è donna e bagna e partorisce / la bava universale / […]” (La rosa dei venti, sM). “Vorrei che la finestra / avesse un vetro solo: // per bere il mare, la luce / il grigio del cielo / la costa pugnace / e l’arco osceno / del promontorio. // Vorrei portare / tutto con me.” (Panorama, sM) Principio vitale, il mare custodisce nel suo grembo un’intera popola- zione di creature e lo sguardo del poeta penetra in esso fino in fondo per seguire le vicende dei pesci, dei crostacei, del tenero paguro che si accuccia in fondo al mare “per amare / l’acqua morbida / e guardare” (Paguro, sM), o la granseola che dentro la sua durissima scorza nasconde una mor- bida polpa come “la neve caduta nel mare” (Granseola, sM). In seguito, il mare amplia il suo campo simbolico da principio vitale all’ambito verbale e insieme con le creature, i nomi che le designano testi- moniano l’esistenza di un binomio indivisibile, che coniuga la conoscenza con la parola perché, in effetti, vedere è nominare: “Il mare grigio bianco pallidissimo / rompeva a macchie verdi lontanissimo. / Nel clamore di fondo / sfilavano in silenzio le parole.” (Anni fino al luogo, sM) D’altra parte, il rapporto tra mare e parola nasce dalla concezione del primo come simbolo di una dinamica imperitura e come principio di un ciclo in cui la vita e la forma si fanno e si disfanno senza sosta per rifarsi. Nello stesso modo, le parole “sfilano in silenzio”, incarnando la forma con- quistata per tornare dopo nel silenzio pre-verbale che le ha generate. Il poeta è colui che modula quelle parole, le combina, le ordina, le modifica e ricostruisce; non alla pari di un ‘piccolo dio’ – come voleva, con la superbia e l’ottimismo di altri tempi il grande maestro dell’avanguardia ispanoame- ricana, Vicente Huidobro –, bensì come un semplice artigiano, con l’umiltà e la pazienza e anche con le aspettative limitate di chi lavora con la materia bruta e con le mani. Borges parlava di hacedor – cioè colui che fa – per riferirsi al poeta, condizione sicuramente inferiore a quella del «creatore» e più vicina a quella dell’artigiano. Caramella cita in una stessa poesia Brunelleschi, la cui saggezza riunisce la pazienza dell’orefice e il mistero creativo dell’architetto, e Aureliano Buendía, il famoso collonnello di García Már- quez, il quale una volta ritiratosi si dedica a costruire pesciolini d’oro per poi fonderli e construirne degli altri. Il poeta fiorentino s’identifica con entrambi, perché in tutti e due riconosce un ciclo di creazione e distruzione della forma, in cui la materia – come assicurava Lavoisier – non si perde ma si trasforma (v. Si dice che Filippo ha cominciato…, IP), e ritrae se stesso come un «Artigiano» dalle «dita gonfie» (v. L’opera e il giorno, LM). Cercare il verso è un mestiere di pazienza e umiltà – come ben sapeva l’ammirato ‘poeta minore’ cantato da Borges –, nel quale la strada da seguire viene via via tracciata da una memoria generativa, una voce interiore che è nello stesso tempo la propria voce e un’altra, come una «luce inter- mittente» che «trasmette / segnali morse, punto linea punto» (Di notte mi ripeto questi accenti, IP). Il poeta, spesso «stanco» e colto «ad esitare», segue questa traccia, si abbandona a un compito a volte ripetitivo, «arti- gianale», ma nel quale l’esempio della natura risulta confortante: “Ripete il verso l’uccello sul ramo” (ibid.). E così, tra sogno e veglia, tra pazienza e delirio, superficie lavorata e profondità aperte all’improvviso, emerge una molto particolare poetica del «malinteso». Per Caramella, poiché la certezza nella rivelazione poetica è opera della fede e non della ragione, l’ambiguità, il suggerimento, la polisemia aprono la strada alla poesia, creando sottilmente un ordine nel disordine percettivo ed evocativo. Misterioso filo che indica un sentiero sensato nell’incerto labirinto, la poesia rivela, conforta e alla fine – certamente – spiega. Il poeta quindi si avvia nel labirinto del mondo confidando nel filo salvatore offertogli da una Arianna speciale che in questo caso s’incarna nella parola, è la parola stessa. Ma chi sfida il mistero non si sente disar- mato; egli, nuovo eroe in cui si fondono felicemente Teseo e Apollo, sa brandire la spada; e con essa si avvia alla conquista del mistero. È nella fase finale della poesia di Caramella, quando viaggia nel meridione e scopre il fascino della Basilicata, quando il poeta osservatore riconosce nella potenziale forza irruente della sua parola il segno della spada. Dice in uno dei componimenti scritti a Matera, dopo avere visitato santa Lucia alle Malve, interamente scavata nel tufo: “Visigoto dal freddo al caldo entrato / nel caveoso ardente / tra il fumo delle lampade e d’incensi / la folla rassegnata contemplavo / alle pareti dipinte replicata. / Nel coro d’una lingua caden- zata / penetranti vivi innumerevoli / identici pregavano occhi neri. // spada snudata e trafitta sostavo / fuori appoggiato.” La spada del poeta osservatore è insieme lo strumento dell’azione e la prova della sottomissione alla grandezza dell’ambito che lo circonda: «snu- data e trafitta». Ma quello che domina è l’assoggettarsi alla disciplina del costruttore. L’atteggiamento umile e paziente del poeta artigiano si rivela non solo in rapporto con il fatto poetico ma anche con lo strumento fondamentale della creazione poetica, vale a dire, con il linguaggio. E il linguaggio, in questo caso specifico, è la lingua italiana. sono molte le poesie dedicate a lodare la lingua e a dichiarare la propria sottomissione al suo meraviglioso dettato. Il poeta può essere «minore», ma la lingua che lo forma e che lo guida è grande, è armoniosa, è limpida e sicura. Per questo l’autore ha biso- gno di dire alla sua madre lingua: “Il tuo dolce linguaggio è il mio destino” (v. Ascolto l’italiano, IP). Perché lui sa che anche adottando poveri ornamenti, anche se veste “di luoghi comuni consunti”, la dignità e l’eleganza della lingua lo condurranno a buon porto (Italiano, IP). seguire la tradi- zione significa assumere la propria appartenenza e una grande fede: sentire che nell’opera di tutti si redime quella di ogni individuo, povero o ricco; e se povero ancora meglio. Forse non sarà dei poveri il regno dei cieli? (v. Ibid.). ‘Io sono coloro che non conosci e che salvi’, aveva detto Borges a Joyce in una simile dichiarazione di modestia e di ammirazione. Le precedenti considerazioni mettono in evidenza il vasto orizzonte culturale in cui si muove la poesia di Caramella, la quale abbraccia l’anti- chità classica e il secolo d’oro spagnolo, il Rinascimento e la contempo- raneità, per espandersi fino al continente americano, in particolare quello di lingua spagnola. Le idee platoniche, come soli ai quali si contrappon- gono i sentimenti, s’associano al concetto quevediano secondo cui si nasce per morire e la vita è inscindibile dal dolore: “Non ricordo il dolore di nascere / (maremoto eruzione terremoto) // l’efferata invasione del respiro / per vivere la nascita crudele / taglio che fino all’ultimo andando si sprofonda.” (I parti della solitudine, VN). All’interno di questo vasto orizzonte, i maestri riconosciuti e citati non sono pochi e provengono da diverse lingue e culture, così come da diversi momenti storici. Ma fra tutti predomina uno, con il quale l’autore ha un rapporto speciale di devozione, ammirazione e pietà: Giacomo Leo- pardi. Tra le varie poesie dedicate a lui, una risulta particolarmente com- movente: Chi rilegge Leopardi nella sera? (IP), dove affiora l’idea che, malgrado il grande poeta non venga più letto come una volta, malgrado nessuno si azzardi a penetrare in quel «gorgo trasparente», in quel vortice sottile come una ragnatela che cattura, affascina e impaurisce nello stesso tempo, e anche se il libro del Maestro resta chiuso, l’onda della sua poesia continua ad agitarsi fragorosamente, chiusa e potenziale, pronta a ritornare e a ricrescere. Il libro chiuso fa tornare nel regno del silenzio la parola sonora, ma nello stesso tempo quel silenzio – sia individuale sia genera- zionale – come la matrice del preverbale, è generativo e continua a caricare di nuovi significati la stessa opera che non si legge, preparandola per i lettori di domani. siamo sicuri che quando un lettore chiude un libro di poesie di Alberto Caramella inizia a percepire l’intensa onda sprigionata, e capisce con la mente e con il cuore la sua ricerca di un’estetica del dolore di vivere; è proprio a lettura compiuta, nel successivo silenzio, che quell’onda inizia a germinare nel nostro spirito.
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