Le Manifestazioni

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Michele Feo sul Libro Liberato

Michele Feso sul Libro Liberato
 
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Michele Brancale

Approccio storico critico
 
La poesia di Alberto Caramella (1928-2007) abbraccia un periodo di composizione breve (dal 1995 al 2007) che rappresenta il fiore – per usare un’immagine particolarmente significativa per l’autore accanto a quella di luce – sbocciato negli anni finali e intensi di un’esistenza quasi ottuagena- ria. È la forma di espressione scelta dopo una vita che si era misurata, su un piano professionale, con il linguaggio e il ragionamento giuridico, prima nella forma imposta dall’esercizio del mestiere d’avvocato, quindi in quella dell’esposizione e dell’approfondimento didattico come docente universi- tario, a Firenze, nelle facoltà di Giurisprudenza e scienze politiche. Questo spessore intellettuale e professionale si è intrecciato con due pilastri for- mativi antecedenti: quello religioso cristiano, di radice familiare, e quello degli studi superiori classici, che lo hanno posto in relazione alle materie umanistiche e alla poesia. La giurisprudenza mette in relazione il rigore scientifico della norma con la cultura che la sottende. È un linguaggio diverso da quello poetico che tuttavia presenta aspetti normativi nelle forme stilistiche di ogni lingua e Caramella conosce bene quelle italiane, con le quali si misura in modo maturo negli ultimi dodici anni della sua vita, quando le suggestioni, i pen- sieri vecchi e nuovi, diventano 11 libri, uno dei quali scritto in collabora- zione con l’architetto Lorenzo Papi, intitolato La Casa della Luce – Il Futuro cerca il Futuro. Contemporaneamente nasceva la Fondazione il Fiore come diretta conseguenza dello stretto legame fra le persone Lorenzo Papi e Alberto Caramella e le Arti, Architettura e Poesia. Maurizio Cucchi, chiudendo l’introduzione di Lunares Murales (1999) sottolineava come: ‘sarebbe … assurdo parlare ancora di Alberto Caramella come di un caso letterario o di un outsider solo perché ha cominciato a pubblicare tardi, non appartiene a nessuna scuola, né si rifà ad alcuna tendenza. Dobbiamo insomma considerarlo a pieno diritto come una presenza viva e autonoma nella nostra poesia di oggi’. Dobbiamo tenere presente quindi tutti questi elementi per adden- trarci nei libri di Caramella e compiere una ricognizione non superficiale, ‘tornare sulla sua poesia con la forza della sedimentazione, di un po’ di distacco’ perché ‘si avverte l’esigenza di ricostruire, di decifrare e dare geo- metria alla sua opera in versi’. Questa era una considerazione posta in apertura alle antologie tematiche delle poesie di Caramella la cui pubbli- cazione è stata avviata con Polistampa nella collana Dalla stanza. La prima, L’anima e la memoria, individua i pilastri dell’interesse del- l’autore. selezionando testi di Mille scuse per esistere (1995), I viaggi del Nautilus (1997), Lunares Murales (1999) e Il libro liberato (2005), incon- triamo l’idea preziosa e irripetibile di ogni esistenza “non rassegnarsi ad essere un numero della lotteria”; l’amore come “via d’uscita dal vicolo cieco” nel “chiasso rumoroso della vita”; la tempesta che deriva dalla rinuncia a volere bene stigmatizzata ne Le salaire de la solitude “Ho provato talvolta a non amare. // Appena alzati gli occhi / è scoppiato vivente l’uragano”. Nella poe- sia di Alberto Caramella si possono riscontrare inoltre le ferite e il diso- rientamento “sbocciano nel vaso / gridando di dolore / gialli e luminosi i fiori / che lasciano nell’acqua / la traccia opaca / dei loro polsi tagliati”; la conquista del presente: “Dobbiamo uccidere, padre, il passato / e vivere nel tempo che ci è dato”; la domanda sulla vita dopo la vita “Quando l’implo- sione / sarà perfezionata / la nascita sarà / dalla vecchiaia”; il gusto della festa in Dispense: “La giornata trascorre nel rumore / ma poi dalla finestra a sera / sale fresca un’occhiata: / e siedo convitando pane e stelle”. La seconda antologia, Inseguendo la bellezza, evidenziava da una parte il tema interiore della ricerca e dall’altra lasciava in una genericità da rica- vare dai testi il bello, come punto di partenza (la bellezza come scusa per esistere) e come meta che esplicita la consapevolezza della bellezza di vivere “Non c’è pensiero né ragionamento / che valga un solo respiro uno sol- tanto”. La radice della bellezza è Dio e il suo amore è dono di pensiero agli esseri umani “il pensiero l’amore di Dio”. Egli stesso “pensa e agisce per bel- lezza” a fronte del mondo creato che “è triste e disperato”. Il pensare di Dio dialoga con l’uomo, si fa racconto e riscontro nel movimento delle cose, e il linguaggio della poesia consente di coglierlo con più pregnanza, poiché la poesia “incorpora d’ogni sapere la categoria” ed è “scrivere col cuore in gola”. siamo all’inizio di un approfondimento da condurre con approccio storico. Mi sembra utile, a questo riguardo, segnalare la poesia come evo- cazione degli altri attraverso la collocazione della voce narrante nei non luo- ghi. Accade ad esempio in Treno locale (Lunares Murales, p. 80) o negli endecasillabi di Cornici, poesia contenuta in Mille scuse per esistere (1995). L’autore si affianca, in questo caso, a scrittori come Charles simic che hanno esplorato in modo riuscito questo filone. Altre piste da percorrere sono quella religiosa – “E il verbo si fece parola”, in Lunares Murales, si coglie anche la lettura del Vangelo di Gio- vanni e la simpatia verso Francesco di Assisi – quella degli affetti familiari (e non solo) e quella della spoliazione di sé: “occorre / avere il coraggio / d’essere infantile / per ritrovare / il piacere orale / della prima età / quando le mani per la prima volta / toccano cieche con / curiosità” (Lunares Mura- les, p. 255).

Giovanni Occhipinti

La Casa della Luce

La Casa della Luce, incastonata nella collina di Bellosguardo, viene inaugurata nel1995, quandoil nostro autore iniziaa vivere la propria ufficia- lità di poeta con Mille scuse per esistere. si tratta di una struttura architettonica immersa nella luce e nel verde della campagna toscana e aperta, all’esterno, ai colori, al movimento e alla vita, così da stabilire un flusso di continuità interno-esternoeinterno-internonelrispettodellaspazialitàaccesa,inognisua parte, dalla luce che vi si propaga, tutto animando, negli effetti e nello splen- dorechecelebranoinsiemel’esteticaeil progetto.Ciparedipoterdirecheesi- sta una certa affinità elettiva, se ci è consentito,tra progetto poetico,progetto architettonico,progettofilosofico:nelsensocheinessisicreanocorrentidisug- gestioni concettuali che puntano sulle emozioni e sul consenso nel momento incuivengonopercepitiefruiticomespettacolarizzazioneetripudiodiforme, luci, colori, suoni in un unico possibile oggetto estetico. Una struttura adagiata tra il verde di Bellosguardo (tornano alla mente le parole di Le Corbusier: La preuve première d’existence, c’est d’occuper l’espace) come un veliero sulle onde: potrebbe essere questa l’immagine della Casa della Luce, intellettualmente e artisticamente o, meglio, poetica- mente concepita dall’architetto Lorenzo Papi. spazio e luce qui equivalgono a spiritualità e pensiero, due dimensioni che abitano il tempo; che si incontrano con la poesia e l’arte tout-court e dove, come in un habitat natu- rale, si possono ascoltare, tra luce e luce e nel gaudio degli spazi, Mozart o Beethoven o Chopin, magari con una splendida luna leopardiana che si affacci dalla gobba della collina di Bellosguardo. La poesia di Caramella vive anche delle suggestioni e delle malie di questo suo veliero che sembra navigare nella luminosità degli spazi spinto sull’onda della poesia lungo una rotta che ha tutto il fascino dell’imprevedibile e del mistero, poiché non se ne conoscono le coordinate dell’approdo. o è forse un’Arca nel diluvio esi- stenziale della vita e nelle disaffezioni, nei disamori e negli inganni della sto- ria del micro-macrocosmo? Vi voleranno pure attorno corvi o colombe, a noi interessa sapere che in quest’Arca si salva la fede nella bellezza della Poe- sia (anche in senso foscoliano, si capisce) come espressione somma di arte e come esorcizzazione della Morte. Una enunciazione di poetica estetica che spiega il rapporto di Alberto Caramella con l’arte in ogni sua manifestazione e ne investiga il momento sincretico: espressione di una volumetria che ingloba, imprigiona la corsa, il moto del pensiero poetico e filosofico, dunque esistenziale del poeta. Il quale, dalla sua collina di Bellosguardo (che esteticamente e sentimental- mente fu già del Foscolo) tenta di sublimare la vita nell’Arte. Di nobilitarla filtrandola da ogni terrestrità, per ridare all’uomo – sempre più terragno – la spiritualità che gli appartiene se non altro come manifestazione della ben più significativa ed alta espressione d’arte che è l’afflato divino che tocca, sia pure nel dilemma, ogni creatura della terra. Val la pena allora riportare quanto afferma il filosofo Henri Bergson nel suo Saggio sui dati immediati della coscienza: ‘Nell’architettura, nel cuore stesso di questa sorprendente immobilità, sarà possibile trovare degli effetti simili a quelli del ritmo. La simmetria delle forme, l’indefinita ripe- tizione del medesimo motivo architettonico, fanno sì che la nostra facoltà di percepire oscilli dallo stesso allo stesso, disabituandosi a quegli incessanti cambiamenti che, nella vita quotidiana, ci riportano continuamente alla coscienza della nostra personalità’. Nel contesto letterario e artistico che fa capo ad Alberto Caramella c’è ancora da considerare il Fiore di cristallo, un progetto-sogno di Lorenzo Papi, dedicato alla città di Firenze (cfr. La nuova città di Scandicci si specchia con Firenze, libro edito nel 2000 e curato da Alberto Caramella). L’idea di una struttura cinetica (una creatura!) col desiderio della vita: questo ci sembra il Fiore di cristallo; ed ancora, un teatro nel quale rap- presentare la scena del mondo attraverso l’utopia di un’oasi – un microco- smo ideale – o un’Arca di bellezza in cui estetica ed esistenza, incontran- dosi, alimentino la speranza che non tutto è perduto per l’uomo del terzo millennio. se si dovesse tentarne una definizione, direi che esso è una cellula nuova creata per contrastare, nel vecchio tessuto della città di Firenze, le forme della bellezza antica – la bellezza classica –. o forse per contem- plarne l’immortalità, col desiderio di divenire a sua volta immortale. o forse, esso, è un modulo avveniristico per un tentativo di evasione dal mondo? o il camuffamento dell’uomo tecnologico, la cui umanità è ancora garantita, nel suo nucleo – nella sua parte elicoidale – dal vecchio DNA? è la parte umana che resiste ostinatamente alla grandiosità della tecnologia? o convive con essa? o si assiste alla sorte di un DNA prigioniero della vor- ticosità delle linee, delle illusioni degli spazi, della loro libertà geometrica? Insistendo con l’occhio nella perlustrazione del Fiore di cristallo sembra di intravedervi, nelle sapienti sfumature, nei tagli o interruzioni degli spazi, un gioco astuto di luci e di trasparenze, di vuoti e di pieni, forse a dispetto o contro l’opacità e la prigione del tempo: qualcosa che lentamente viene a definirsi al nostro sguardo stupito come un orizzonte autre, una promessa che non è soltanto estetica, ma spirituale nella sua annunciata metafisicità. E d’altronde, la vera bellezza è metafisica, potendo, essa, conciliare materia e spirito, sino a «incarnarsi» nella forma: un atomo di spazio che ha nostal- gia di una terra finalmente rigenerata. È qui che si vorrebbe Il chiaro di luna di Chopin, per usare una bella immagine – visiva e musicale, cioè uditiva e quindi sinestetica – di Lorenzo Papi ma anche la declamazione, in sottofondo, di Il grande progetto, i versi che Alberto dedica all’amico architetto: “Il fiore di cristallo si è svegliato. // La perfezione pura / s’innalza in contrappeso dalla terra / si avvita su se stessa segue il sole / e gira tutt’intorno alla sua scena / che sale che scende / nel teatro leggero della sera”. Pochi versi per definire il sogno lirico di un poeta – accattivante e talora inquietante come la sua stessa estetica –, che non disdegna il lirismo metafisico pur se teme, umanamente, il sogno teologico; o che il piacere e l’ebbrezza del poeta, questo sogno possano intaccare.

Ilaria Minghetti

Voci dell’io nei versi di Inseguendo la bellezza
La prima volta che incontrai Alberto Caramella ebbi l’impressione di avere davanti un ritratto ottocentesco: capelli bianchi, barba curatissima, espressione dolce e severa nello stesso tempo. Era un elegante signore dagli occhi attenti. Parlando, rivelò subito un carattere cordiale, una mente aperta al confronto di idee, proponendosi sicuro di sé e contemporaneamente aperto al dialogo. Mi piacque. Le varie occasioni che ci sono state di incontrarlo hanno costituito un percorso fatto di interessanti conversazioni e di altrettanto interessanti riflessioni sulla poesia: sulla poesia in generale e sulla sua poesia. La sua poesia: è su questa che Maria Giuseppina Caramella, figlia di Alberto Caramella, mi invitò a parlare nell’occasione della presentazione della raccolta Inseguendo la bellezza, libro uscito nel 2013 e che raccoglie poesie scelte dalle opere del padre Mille scuse per esistere, I viaggi del Nau- tilus e Lunares Murales. Ampia è la produzione poetica di Caramella ed io vorrei soffermarmi sulla poesia «racchiusa» in Inseguendo la bellezza, sui vari aspetti, i vari volti, le varie sfumature che rendono significativi questi versi. In queste poesie convivono la capacità razionale di analizzare il valore del vivere e la capacità emozionale di cogliere l’anima e i sentimenti del vivere stesso. Il poeta attraverso il ricordo valuta il proprio vissuto, lo rivive, lo ripercorre con i tempi che consentono una valutazione più dominata del proprio vissuto, mantenendone intatto il coinvolgimento del cuore. Parla di se stesso e dilata il suo parlare a tutti: ciascuno percorre il proprio cammino esistenziale e ogni vita è un mondo diverso, ma tutti sono accomunati dall’avventura della vita che, nonostante i suoi infiniti volti, unisce sotto lo stesso cielo. Caramella nei suoi versi canta l’anima della vita ed è voce capace di cantare un’armonia che coinvolge, uno dopo l’altro, ogni lettore. Emerge la ricerca di armonia tra mente e cuore, pensiero ed emo- zione, valutazione ed istinto poiché tutto convive nell’uomo che «vive» e tutto deve avere il proprio spazio: Caramella ha trovato questa armonia e ne ha fatto i binari del suo far poesia. osserva la vita, Caramella, e ne coglie ciò che rende ogni realtà straordinaria, sia essa semplice o complessa, perché la vita stessa è straor- dinaria anche nei piccoli atti, in ogni quotidiana verità che molti non sanno vedere. Questi versi sono uno strumento per afferrare il senso profondo della vita che è nell’agire, nell’amore, nel dolore, nel lottare quotidianamente: sono versi ricchi di vita che accompagnano alla scoperta della bellezza del- l’esistere. La bellezza, in Caramella, è armonia, è senso del divino, è anima della vita, è il perfetto rapporto tra ciò che viviamo e il significato di ciò che viviamo. La vita di ciascuno è un insieme di innumerevoli realtà e mirare all’ar- monia, alla bellezza, al sublime, come filo conduttore di tutto, significa ricer- care un ordine interiore delle cose che porta a un rapporto più diretto e più profondo con noi stessi e con il mondo del quale siamo parte. Importante in questi versi è il ricordo, vissuto con l’umana nostalgia del tempo che non sarà più nostro se non nel ricordo stesso, ma che sarà sempre parte di noi, parte basilare poiché noi siamo conseguenza di ciò che siamo stati, delle scelte fatte, delle esperienze vissute. Il ricordo ha il suo pie- distallo nella sua essenza: significativo è non tanto il vissuto come agire, ma significativo è il vissuto come sentimento, stato d’animo, coinvolgimento emotivo, spinte dell’agire stesso. Ricordare è leggere se stessi in maniera più pacata, arricchiti da espe- rienza, capaci di imparare da se stessi, forti della capacità di valutare il bene e il male che da noi hanno preso vita. Il ricordo è lo studio, l’analisi e l’osservazione del proprio pensare e del proprio agire, è la valutazione di tutto così da divenire una guida, domi- nando ciò di cui l’uomo è artefice e protagonista. Ricordare è capire la pro- pria natura perché valutando le realtà con l’aiuto del tempo l’uomo riesce a porsi davanti a se stesso con maggior oggettività, minor istintività e forse minor paura. L’uomo è un essere imperfetto, che delle proprie imperfezioni deve fare non una frustrazione, ma uno stimolo alla ricerca del proprio miglio- ramento. In questo passaggio la spiritualità del poeta entra da protagonista: l’uomo è creatura di Dio e ciò eleva l’uomo come essere che, pur imper- fetto, può aspirare a un progressivo miglioramento di se stesso, guidato da quella stessa realtà divina della quale è figlio e che, nello stesso tempo, è parte di lui. Inseguendo la bellezza raccoglie versi appartenenti a opere diverse, ma uniti da concetti che li rendono perfettamente consequenziali nel for- mare un cammino interiore che trova base in tre volontà-cardine: ricercare il significato della vita, ricercare il senso di Divino nella vita, ricercare la bel- lezza della vita, formando un ricamo nel quale la spiritualità e l’umanità si intrecciano in un equilibrio di perfetto e imperfetto, di dolore e di gioia, di sogni e di timori, perché così è in ogni essere umano. Vivere «inseguendo la bellezza» è vivere inseguendo la perfezione, inseguendo il divino: un percorso che eleva l’uomo, giorno dopo giorno, teso a una ricerca che di per se stessa è significato di vita. La mente e il cuore devono mirare al sublime dell’esistere, non fer- mandosi all’immediato, ma proiettandosi verso ciò che c’è dietro l’imme- diato di uno sguardo, di un volto, di un gesto, di una parola, capendo e assaporando il vero nutrimento di ogni esperienza. se la bellezza è il simbolo della perfezione, la bellezza è anche stimolo e speranza, traguardo e spinta a non fermarsi davanti a ostacoli che talvolta sono tali e talvolta sembrano tali. Alberto Caramella è stato uno studioso della vita: nei suoi versi si avverte in modo netto la volontà di non essere passivo, ma parte vitale del mondo, felice di esistere nonostante il dolore che della vita è parte, motivato a lottare per il suo posto nel mondo anche se in un suo titolo chiede «mille scuse per esistere». C’è la netta consapevolezza che capire il significato della vita dipende da noi: nessuno ci insegna a vivere e solo la quotidianità porta alla scoperta e alla consapevolezza. È una lettura stimolante della vita: ogni atto, ogni sentimento, ogni ricordo sono importanti mattoni che formano e sorreg- gono il peso della scoperta. In Caramella domina l’intuizione che la vita è «tutta la vita»: dalle più grandi alle più semplici creature, dalle grandi azioni ai piccoli gesti del quo- tidiano, tutti e tutto sono importanti parti del mondo e tutti e tutto rac- chiudono una propria originale capacità di arricchire, di essere un bagaglio di significativa fragilità o di assoluta forza, offrendo continui momenti di stimolo a pensare, riflettere, scoprire. La poesia di Caramella nasce dalla vita e della vita sottolinea l’anima. sono versi incisivi dove la forza di progredire, la volontà di capire, l’approccio diretto con la vita sono ingredienti magistralmente uniti e vincenti nel raggiungere il risultato di una equilibrata lettura dell’animo umano. Caramella è stato capace di sublimare il quotidiano, cioè di scoprire nel vissuto di ogni giorno la magia dell’uomo: un semplice atto può rac- chiudere un significato importante, esserne simbolo e divenire poesia. Il mistero della vita è racchiuso in ciò che vive intorno a noi e dentro di noi e questi versi guidano a scoprirlo. Il percorso introspettivo di Caramella si snoda in «tappe»: parte dal- l’anima, ecco la ricchezza spirituale dell’uomo, affronta un cammino fatto di azione-pensiero-sentimento, ecco la vita, cerca l’essenza, ecco il signifi- cato del vivere. Tutto conduce all’armonia, intesa come equilibrio tra la spiritualità del proprio io e l’essenza della propria vita. Il poeta si pone davanti al continuo divenire della vita con saggezza: la vita è una corsa, un evolversi del tempo nel quale avviene l’eterno incon- tro-scontro tra uomo e mondo, mondo fatto di realtà talvolta positive e tal- volta negative, ma sempre e sempre meritevoli di essere vissute, perché que- sto è il mistero e l’affascinante dell’essere uomini. Ciascuno ha la propria avventura da affrontare perché questa è la vita: un’avventura non prevedibile, un viaggio verso l’incerto che proprio dal- l’incerto trae la propria spinta. Evoluzione, scoperta, dolore, nostalgia, amore, stupore, cammino fatto di corpo e di anima, di passione e di sentimento, di sconfitte e di progetti: tutto questo se vissuto in pieno, cogliendo il profondo di ogni realtà, è vita. Nelle poesie raccolte in Inseguendo la bellezza si avverte una grande forza vitale. Il vissuto, dal ricordo di semplici realtà all’analisi di profondi senti- menti, è protagonista di lirica alta, di poesia che è veicolo di sensazioni e che è voce dell’anima. Caramella in un suo verso scrive che “Poesia è scrivere col cuore in gola” e si avverte benissimo: il cuore ha tanti motivi per essere in gola, per la felicità o per lo stupore, per la sorpresa o per l’attesa, sempre per qualcosa che è forte emozione. Questa poesia è voce delle emozioni e dell’interiorità, è ricerca e necessità di conoscere la vita, è una continua riflessione su ciò «che è» e su ciò «che siamo», in un continuo incontro-scontro tra l’io e il mondo, l’io e la vita, l’io e l’io. In Caramella c’è la volontà e la forza di guardare in faccia la vita: c’è il coraggio di affrontare il dolore, c’è la gioia di vivere un amore, c’è il dolce-amaro del ricordare il passato, c’è la profondità di trovare sostegno nella spiritualità. In questi versi la vita è sentita e proposta come una scoperta quoti- diana mirata ad un affascinante evolversi, del quale ciascuno è alternativa- mente protagonista e vittima. Attraverso questi versi, così ricchi, il poeta ha saputo creare un incon- tro profondo di anime tra se stesso e il lettore. Due individui diversi, ciascuno con la propria esperienza e il proprio percorso, ma accomunati dalla necessità di amare, dal desiderio di essere amati, dalla nostalgia del passato, dall’essere persone. Il poeta offre il proprio vissuto attraverso la propria poesia e chi legge è coinvolto nel creare un rapporto tra se stesso e l’autore in un con- fronto di crescita. Il percorso esistenziale di ricerca e di scoperta che Alberto Caramella ha compiuto durante il suo tempo di uomo è divenuto il contenuto della sua poesia: una poesia che è, oltre che offerta e condivisione, una confes- sione intima. Non è percorso semplice leggere la vita «oltre», oltre il limite del materiale, oltre il limite del banale, oltre quel limite che per molti è illusorio punto di arrivo. Andare oltre vuol dire rischiare, cercare di capire e ottenere risposte impreviste e molte volte scomode, ma vuol dire anche interrogarsi sul vero senso della vita e capire la vera grandezza di questa. La grandezza della vita è la bellezza della vita, bellezza che il poeta ha cercato nella e con la spiritualità, nella e con la mente, nei e con i senti- menti. La poesia di Inseguendo la bellezza è una poesia nella quale tutto è armonia, dai versi netti e ricchi di ritmo, nei quali la parola è perfettamente usata nella propria bellezza e nella propria funzione, ai contenuti analizzati e proposti con forza e con magica capacità di coinvolgimento. Dalla mente e dal cuore di Alberto Caramella ha preso vita una poe- sia profonda, della quale è protagonista la vita, anzi il mistero della vita: un percorso esistenziale di uomo che è divenuto anima di poesia.

Emerico Giachery

Poesia e architettura
Nell’immaginario collettivo Firenze è presente soprattutto per lo splendore dei monumenti medievali e rinascimentali incastonati tra i colli, in un insieme omogeneo e luminoso che la rende unica al mondo. La prima immagine che di Firenze viene in mente non è, di solito, la fervida vita culturale, per esempio, delle riviste fiorentine del Novecento. o la pre- senza animatrice di Papini; l’estro geniale di Palazzeschi; la pittura di Rosai; la qualità di narratori come Bonsanti, Bilenchi, Pratolini, Lisi; il notevole rilievo anche storico del cosiddetto «ermetismo fiorentino», nel quale fece le sue prime prove Mario Luzi, di cui in questi giorni si celebra il centenario: grande poeta e anche grande testimone del proprio tempo (quale appare dalle innumerevoli e intense interviste raccolte in diversi volumi). A volte si pensa a una città troppo ammaliata da un glorioso pas- sato, con la gravosa e tuttavia magnifica responsabilità di custodirlo intatto per l’umanità presente e futura. Ma la Firenze moderna, per fare un esem- pio tra i tanti possibili, ha accolto e valorizzato un architetto come Gio- vanni Micheluzzi, coautore, con i suoi allievi, della stazione Centrale di santa Maria Novella. Ha inserito felicemente (anche per merito di Lorenzo Papi di cui si riparlerà) in uno spazio quattrocentesco, legato nientemeno che a Leon Battista Alberti, l’arte di un grande scultore toscano profonda- mente moderno come Marino Marini. In questa direzione, il cammino da percorrere è comunque ancora lungo. Immaginiamo un viandante che s’inoltri su per le armoniose colline di Bellosguardo, rese mitiche dalla poesia foscoliana, percorrendo l’affa- scinante Via di san Vito, stretta fra antichi muriccioli e cara a voli di luc- ciole nelle sere estive. se trovasse il modo di penetrare per poche diecine di metri oltre il cancello del civico numero 7, potrebbe avere l’impressione che un’astronave tutta proiettata verso il nuovo millennio e verso il cosmo sia atterrata e si sia attestata tra quegli ulivi e cipressi che più toscani e più eterni e sacri di così non potrebbero essere. Lo informe- rebbero poi che la supposta astronave altro non è che la Casa della luce e della poesia: uno spazio materiale e spirituale tutto particolare donato a Firenze e offerto al presente e all’avvenire, uno spazio diverso rispetto a tutto ciò che una città, pur così satura di cultura e così ricca di spazi magici, sinora possedeva. La casa della luce prende vita dalla metamorfosi di una vecchia dimora campestre che pareti trasparenti hanno resa aperta verso la campa- gna circostante e quasi partecipe della sua vita: per esempio, il pubblico delle manifestazioni serali che hanno luogo nel salone in grado di accogliere più di cento persone può assistere, attraverso le amplissime vetrate, al quotidiano rito del crepuscolo che si svolge tra gli alberi. Il gusto dell’ar- chitettura è senza dubbio moderno, ma alcuni esemplari phares (per dirla con Baudelaire) della somma arte toscana del passato aleggiano come numina praesentia nella casa della luce: Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi, perenni modelli di ferma misura, non meno delle colline di Bellosguardo e di Monte oliveto. L’opera nasce da un grande sogno: il sogno congiunto di un poeta «architetto onorario» e di un architetto «poeta onorario», che per anni hanno lavorato fianco a fianco. Il poeta è Alberto Caramella, già principe del foro civile fiorentino, apparso in grande all’età di settant’anni nel panorama poetico e letterario con molte migliaia di versi e con testi in prosa, riscotendo notevoli riconosci- menti e successi. Ha forse un senso che l’opera poetica sia stata pubblicata a ridosso del passaggio al nuovo millennio. È un fluire continuo “Dal pri- missimo verso all’ultimo venturo / nitida scorre l’unica poesia” in cui si riflette “mezzo secolo che vede il passaggio dalle radici culturali di una civiltà ancora contadina, fondata sul sacrificio e sul lavoro, al tempo del consumo e della comunicazione: fino all’incerto meraviglioso Duemila postindustriale quando forse (sogna l’autore) sopravvivrà solo la poesia”. Caramella continua a scrivere in verso e in prosa con inarrestabile vena, assetato di totalità, quasi volesse abbracciare nella parola ogni aspetto pos- sibile dell’esistenza. Il tempo del grande sogno realizzato di architettura-poesia, coincide, all’incirca, con la tarda decisione di raccogliere le poesie scritte lungo un’intera vita, non soltanto pubblicandole, ma rielaborandole e ripensan- dole instancabilmente, non senza analogie con quanto è avvenuto nella tra- vagliata esecuzione dell’opera architettonica, tra continui ripensamenti e illuminazioni. Tra opera architettonica e libro esiste del resto qualche significativa affinità: anche il libro è struttura armonica, condensazione e fissazione di idee in uno spazio ben delimitato con i suoi pieni e i suoi vuoti, è aspirazione a durata che intende sfidare la labilità temporale: «Non vinto mai, se non dai libri, il tempo». Uno splendido volume, pubblicato con partecipe amore dallo squisito editore-umanista Vanni scheiwiller (quando era ormai alla fine del suo cammino terreno), è intitolato La casa della luce. Esso documenta e con- sacra, nelle varie fasi, la dialogante e corale genesi dell’opera e soprattutto (spiega l’autore) ‘il senso interiore di quanto è avvenuto nel corso dell’o- pera’, riconsiderando anche, con riflessioni di autorevoli studiosi, il rap- porto tra architettura e poesia. Nel 2000, per i tipi di Polistampa, Cara- mella e Papi pubblicano insieme un altro libro, La nuova città di Scandicci si specchia con Firenze. Una proposta tra poesia e architettura. secondo Antony oldcorn, che lo tradusse in inglese, questo libro è ‘una commossa rievocazione di un decennale sodalizio, di un’amicizia creatrice tra due uomini d’eccezione: un avvocato di grido finito per una volta non tra i ran- ghi dei politici ma tra quelli dei poeti, e uno dei più grandi architetti fiorentini’. Questo libro, seguita oldcorn, è anche ‘una concreta e fattiva proposta urbanistica nata dal comune amore per Firenze e per il suo cir- condario’. Per renderci edotti di come la pensava Caramella sul rapporto archi- tettura-poesia, potremmo riportare qualche passo dell’intervista da lui rila- sciata a sandro Gros-Pietro in un fascicolo della rivista torinese Vernice. Basterebbe questo micro-dialogo interiore: “si può architettare la poesia? Per me è ovvio: si deve. si può poetare l’architettura? se non lo si fa non è archi- tettura. È squallore”. Ma forse conviene non perdere l’opportunità di assa- porare anche una robusta riflessione teorica del poeta: “La poesia scaturisce dall’incontro del poeta con la realtà, che per me è illimitata, nel senso che l’occasione della poesia può venire da qualsiasi incontro: sia un incontro con l’esigenza di conoscere, sia un incontro con l’esigenza di esprimere una valutazione etica, sia un incontro o una vibrazione di pura bellezza, che s’ap- palesa nell’esperienza fenomenica o in quella dei sentimenti umani ovvero nelle fascinazioni della natura che ci circonda. […] Le parole sono pietre costruite ed intrinsecamente articolate; possono e debbono a loro volta disporsi seguendo il ritmo e la musica interna del verso e, più in generale, dell’intera composizione. Non necessariamente si tratterà di un codice regolamentato, ovvero della metrica tradizionalmente intesa, ma sicura- mente si dovrà verificare la proporzione armonica che misura internamente il verso, il dettato del periodo e l’ideazione complessiva dell’opera”. L’architetto poeta che ha portato a compimento l’opera per esprimere in essa «un’esplosione fantastica e spaziale verso la natura dell’uomo e del- l’esistenza», il costruttore dall’inesauribile fervore e dal lirico estro, pur- troppo scomparso nel pieno dell’età e dell’attività, è il già ricordato Lorenzo Papi, geniale e colto artista, noto per importanti realizzazioni, tra cui l’e- semplare sistemazione del fiorentino Museo Marino Marini, di cui s’è par- lato all’inizio. Poeta davvero, il generoso e amabile Lorenzo Papi, non sol- tanto per quel suo aggiungere continuamente versi di speranza e di luce accanto ai suoi schizzi e progetti e sogni di architetto, ma, in tutta la pie- nezza dell’ellenico poiein, per la sua calda, incontenibile creatività. Poeticità e, se così è lecito dire, «poieticità», caratterizzano del resto questo sogno realizzato in due. E questo costruire di Caramella non è un far costruire, come il Pontefice Paolo III, ‘tra il latin del messale e quel del Bembo’, fece della Rocca Paolina secondo il celebre canto carducciano. Assomiglia semmai all’impegno di Carl Gustav Jung nel costruirsi una torre sul Lago di Zurigo, spaccando pietra dopo pietra, cementando a volte egli stesso, perché l’opera fosse sua, veramente vissuta. Il costruire di Cara- mella, il suo poiein architettonico e poetico, è stato un metter pietra su pie- tra giorno dopo giorno, discutendo ogni particolare, anche a volte non senza combattiva dialettica, con l’amico architetto, e certo discutendo i par- ticolari anche con i tecnici e gli artigiani, chiamati tutti ad esprimersi per iscritto nel ricordato libro La casa della luce, che documenta e trasmette una sorta di epica poetica del costruire davvero unica. Ecco dunque realizzato “un programma poetico in cerca di sé e del suo proprio sogno”, come Caramella lo definisce. Ma il sogno del poeta che si fa mecenate non si conclude, in ogni modo, con la costruzione della casa. L’edificio offre spazi, capaci di accogliere numeroso pubblico, offre anima alla Fondazione il Fiore che cerca di portare la poesia di Firenze nel mondo e la poesia del mondo a Firenze. Poesia del mondo è tutt’altro che una frase vuota e retorica. La fondazione ha potuto accogliere e far incontrare al pub- blico fiorentino alcuni dei maggiori poeti viventi: non soltanto Mario Luzi, che risiedeva in loco, e diversi poeti italiani, ma anche il premio Nobel Derek Walcott, l’«omero dei Caraibi», che eseguì durante il suo sog- giorno a Bellosguardo un disegno da lui donato alla Fondazione. E il mag- gior poeta in lingua araba, Adonìs (pseudonimo del siriano-libanese ’Alì Ahmad sa’id) dalla traboccante vena, forse futuro Nobel, oltre ad alcuni tra i più noti poeti nordamericani, come Mark strand, premio Pulitzer, russi, francesi, scandinavi, svizzeri, belgi, cinesi. spero che molti amici della poesia e della cultura, possano, anche negli anni futuri, continuare a salire con gioia sulle alture di Bellosguardo per raggiungere la ospitale casa della luce dove ha sede la Fondazione il Fiore.
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