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Per Renzo Gherardini


 
Renzo Gherardini non è più tra noi: ha lasciato la sua Firenze, ha lasciato il mondo, e non solo quello letterario in cui una presenza appartata ma autorevole aveva costituito il filo rosso della sua esistenza. E Firenze non aveva mancato di riconoscere il suo talento e la sua lunga fedeltà alla poesia, conferendogli nel 2009 il premio intitolato a uno dei suoi poeti maggiori, Carlo Betocchi. Un’edizione tutta da ricordare, visto che il premio gli fu assegnato – nella solenne cornice di Palazzo Vecchio e in collaborazione con la Fondazione Il Fiore – come momento culminante di un più ampio festeggiamento a lui dedicato: un convegno di studi per lo schivo e bravissimo Renzo. Alla partecipazione di critici volti ad analizzare il suo lavoro – dalla Pellegrini a Nicoletti, da Fanfani a Morino – aveva allora fatto riscontro la presenza dei poeti, dei suoi più vicini compagni di strada: da Sauro Albisani a Mariella Bettarini, a Palmery e Iacuzzi, la Fozzer e l’Ugolini. Tutti, relatori e pubblico, sotto lo sguardo lungo della poesia che fu di Gherardini, protagonista nascosto delle vicende della poesia a Firenze gravitanti attorno alle Giubbe Rosse e l’ermetismo non meno che ottimo traduttore delle «Georgiche» di Virgilio.

In comune con Betocchi Gherardini, classe 1923, poteva rivendicare un intenso, soggiogante innamoramento per la natura: un incantato ed ecumenico «creaturismo», per cui anche i titoli del poeta editi da Vallecchi e poi da «Il Bisonte» suonavano singolarmente sintonici, da «Fra i doni della vita» a «Una creatura». Ma Renzo Gherardini aveva anche, condivisa con Betocchi e attiva fino al piacere dell’occultamento, l’umiltà: fino all’amore per le parole fattosi tesi di laurea sui termini rustici nel territorio di Pontassieve e di Bagno a Ripoli, o anche, umiliandosi e proprio così esaltandosi, fino alla servizievole revisione di bozze per scritti altrui (un beneficiato eccellente ne era stato l’amico Luigi Baldacci).

E ci piace salutare il poeta con i versi da lui scritti «Per Bobi», l’amatissimo cane da piangere – nel suo classico e livellato mondo da «teologia naturale» – come il passero della fanciulla di Catullo: «Così non la tua assenza mi addolora / tanto, quanto l’assenza in te, nel corso / luminoso dei giorni sulla terra, / di quel tuo confidente penetrare / con l’anima nel folto della vita, / vale a dire l’assenza in te del vivere ».

 

                                                                                  Marco Marchi

 

(«La Nazione», 31 maggio 2011)

 
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