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San Suu Kyi

 

 

"Non è il potere che corrompe, ma la paura: la paura di perdere il potere".
In questa frase c’è tutto l’universo di Aung San Suu Kyi, il premio Nobel
per la pace, per tutti la "Signora", tornata in libertà dopo 15 anni di
prigionia, gli ultimi sette interamente trascorsi ai domiciliari. 
Dietro la figura minuta e fragile si nasconde una tenacia di ferro: San
Suu Kyi ha svolto un ruolo cruciale nel mantenere l’attenzione
del mondo sulla Birmania dove la giunta militare ha costantemente
calpestato e negato libertà e diritti civili.
Ha amato e ama il suo paese al punto da non volerlo lasciare per paura
di non potervi più tornare. Tenuta in isolamento, le è stato negato
persino il visto per dare l'ultimo saluto al marito. 
"Non perdete mai la speranza", ha detto alla sua gente nel primo
discorso da donna libera. Lei non l’ha persa anche quando
sembrava impossibile continuare a coltivarla.
Ed è così che è riuscita a conquistare l’opinione pubblica di tutto il
mondo. "È la mia eroina ed è una fonte di ispirazione per tutti
coloro che si adoperano a favore dell’affermazione dei diritti
umani" ha commentato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
Paragonata a Nelson Mandela, un altro grande combattente per i
diritti umani, San Suu Kyi ha dedicato il tempo della sua prigionia
allo studio di francese e giapponese e alla meditazione buddista,
riuscendo al tempo stesso a tenere viva l’attenzione su di lei.
 

Caterina Pinna

 

 

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