La fame di Forma
La vita alternativa non vissuta
si volge ancora al fiore del carciofo
che in mille petali duro s’avvolge.
Alberto Caramella, Fiore durissimo,
da I viaggi del Nautilus
A un certo punto della sua vita, il molto noto ed apprezzato avvocato
fiorentino Alberto Caramella, prese una decisione: decise, senza timori o
remore di sorta, di promuovere dal segreto quella che sarebbe potuta appa-
rire una sua anomalia, una sua stranezza, riconoscendola semmai, quell’a-
nomalia, quella stranezza, un’anomalia solo apparente. Una stranezza accre-
ditabile e interpretabile semmai sulla base di un’ampia casistica di letterati,
scrittori e poeti, per così dire, non a tempo pieno.Tra le mura e negli annali
della storia di Firenze, si trovano almeno due precedenti novecenteschi age-
volmente richiamabili ad Alberto Caramella come quello di Bruno Cico-
gnani, l’autore della Velia oltre che avvocato; e quello meno noto ma
all’occasione letterariamente perfino più congruo e puntuale del poeta
della Meridiana e La via delle stelle Pietro Mastri, il pascoliano Pietro
Mastri, nel quotidiano l’avvocato Pirro Masetti.
Una scissione ad ogni modo troppo difficile da accettare, ostile ai
topoi di un banalizzato romanticismo valutativo, irradiatosi sulla figura del
poeta e fattosi idea corrente? o una divaricazione troppo netta, cui anche
il tempo, con i suoi ragionieristici conteggi e le sue naturalistiche tabelle di
riferimento, con i suoi prima e con i suoi dopo, avrebbe collaborato ad
avallare? Accontentiamoci per il momento di riconoscere che come l’uomo
è sostanzialmente scelto dalla vita, il poeta è scelto dalla poesia. In realtà Alberto Caramella sapeva di essere abitato dalla poesia, da
quella che vorrei definire – attingendo citazionalmente a linguaggio altrui,
una «fame di forma». La scissione, la contraddizione, il paradosso, l’ambi-
guità e perfino l’inesplicabilità che Alberto aveva scoperto in sé avevano
finito per costituire per lui modalità e funzioni della poesia stessa, sue
marche di riconoscimento, suoi caratteri fondanti. La pretesa stranezza del
caso Caramella si risolve piuttosto in una naturale aderenza a ragioni
umane complesse e profonde; in una sostanziale e per lui sufficientemente
unitaria e compatta «ubbidienza», secondo una nozione che l’autore per
primo ha espressamente chiamato in causa, non una opzione, ma una
«costrizione», persino affiancandola, nel riconoscerla, alla sua accezione
forte di scelta coatta.
Un richiamo irresistibile, dunque, la poesia, una vocazione operativa
irrecusabile che, per chi è davvero poeta, non si arresta – come in Caramella
spesso è accaduto – anche facendo poesia proprio sulla poesia, sulla miste-
riosità di un’impellenza, di una necessità, di un dovere accondisceso in vista
di libertà, cogente per forza di urgenze e già felice, liberato ed inesausto, nel
suo stesso incircoscritto ed infinito configurarsi, prendere forma, rispondere
ad una «fame» che non si sazia. Il poeta stesso, in questo ordine di consi-
derazioni ed autochiarimenti, ha testimoniato di come in lui si presentasse
la cosiddetta fase avantestuale della poesia: voci, suoni in cerca di combi-
nazioni e significati da fissare in scrittura, e voci, suoni, musica che una
volta fissati, incontentabili, gli richiedevano di essere ancora ascoltati,
nuovamente formalizzati, comunicati e fatti conoscere.
Un’obbedienza che si originava e si alimentava in Caramella da una
contraddittoria, oscura compresenza di disagio e d’incanto. Non diversa-
mente la poesia sa essere, anche nei suoi esiti fruitivi, affidata a quei carat-
teri di stampa con cui si distacca dal proprio autore e va nietzschianamente
in giro per il mondo, costrittiva e liberatoria, contagiosa e inconclusa,
una croce e una delizia, una condanna ed un fascino.
A chi gli poneva domande per lui così implicanti, Alberto Caramella
rispondeva sostanzialmente attenendosi ai documenti personali di cui
poteva disporre, alle prove di una fenomenologia che aveva registrato e con-
tinuava di giorno in giorno, per via di necessità, a registrare. Caramella, così, era capace di sostenere – d’accordo nella perentorietà del discorso con
Fernando Pessoa e come a tutti gli effetti è vero – che la poesia è la vita che
manca alla vita. Come pure era spesso tentato di delegare direttamente la
risposta a fondamentali interrogativi, addirittura ad immagini, suoni e
accenti, alla poesia. Versi da ritenere emblematici sono, a partire dal titolo:
La creazione. “Al mattino i colori sono chiari / come se sgorgassero da terra
/ a levarsi puliti verso il cielo / e domina la luce una trasparenza / che si
spiana sul buio della terra // e c’è una meraviglia delle cose / primissimo un
pensiero casto e vero / che poi nessuna scienza oscurerà. / oh pura matti-
nale impresa, oh gioia!”.
Un’esclamazione conclusiva di sapore luziano, volendo, uno stupore,
una armonica ed esclamativa riconciliazione; beatitudine, almeno per un
momento balenata. Al cospetto di una natura che miracolosamente si
accresce, la parola e la scrittura che vengono ad esprimere, creativamente ad
irradiarsi – tramite un linguaggio volto nelle sue agnizioni ispirative più pri-
migenie e recondite – a riconquistare spazi, a colmare vuoti e assenze, a soc-
correre imperfezioni e caducità di quanto alla vita manca; un linguaggio
inesorabile, persecutorio e seducente, tra memorie di atrocità perpetrate e
subìte e nostalgie di stati assoluti, innocentemente iniziali e intatti, albali;
un linguaggio concorrenziale e creante che di nuovo interviene a modellare,
a dare forma, a configurare egli stesso nuovi paesaggi; paesaggi che non c’e-
rano e di cui si sentiva il bisogno.
In questo atto esemplare attribuito alla poesia, in questa comporta-
mentistica a sfondo agonico sottintesa dall’esercizio artistico c’è, visibile, un
incanto ammirativo, una gioia: gioia ritrovata; una felicità che si ripropone
nell’attimo, si intensifica e si trasmette nell’andare oltre l’esclamazione
della bellezza, nel ricrearla o meglio nel crearla ex-novo, forse più bella di
quella realtà di partenza che ha poi dovuto portare con sé anche il disor-
dine, la disfunzione, la sua deperibilità, la corruzione, un’intervenuta
disarmonia; un imprevisto futuro di morte che è anche dolore, tragica sof-
ferenza, e insieme terribile ricordo di un passato di meraviglie comparte-
cipate, poi drasticamente sottratte, precluse. impedite.
Ha scritto Edmond Jabès: ‘La poesia fonda la nostra relazione con il
mondo. Perché, contemplando la rosa, ad un certo momento non è più la stessa rosa che vediamo, ma un altro fiore, il quale, pur conservando il suo
nome di rosa, richiama la nostra attenzione in quanto fiore del segreto:
segreto in fiore, rosa immaginaria, che lascia libero corso alla nostra imma-
ginazione’. La libertà per ossimoro di Alberto Caramella poeta, in quattro
versi senza sussieghi citazionali intitolati Il nome della rosa: “Il fondo pro-
fumato / di viva fresca rosa, / sorride ed ammicca / di primo mattino”. Una
originaria e storiografica nuova «rosa fresca aulentissima» torna a presentarsi
all’attenzione: già in attesa, già vicina e lontana, già «altro», nella luce
incipiente.
Il poeta sa che quella rosa in natura domani non sarà bella; il poeta sa
bene che quella rosa è anche una riproposta simbolica presentatasi alla sua
attenzione e al suo desiderio di proprie mancanze, insufficienze, scollamenti
e vuoti personalmente patiti, e in questo senso il suo atto di scrivere una
poesia che canti la bellezza di una rosa è una sostituzione, un risarcimento,
e insieme una dolorosa presa di coscienza – magari dolorosa nel gioire – di
un destino dell’uomo e di tutta la creazione.
Nei versi di Alberto Caramella, la poesia si fa partecipazione, incarico,
«immenso cantiere» a valenza rappresentativa. E anche dietro l’affabilità di
una poesia di notazioni e ricordi privatissimi, di «occasione» nel senso più
nobile del termine, orazianamente disposta perfino alla piana traducibilità
dialogante di un sermo merus, ecco anche la concorrenzialità poeta-Dio
implicita in un atto superbo, di cui Baudelaire a nome della modernità ha
fatto canto, e prima ancora possibilità di canto, possibilità di nuovo canto.
scritture dell’uomo e divine faccia a faccia, ispirazioni verbali che tor-
nano di volta in volta a provare un rapporto, riaprendo il contenzioso o
ritrovando l’accordo, lottando o inginocchiandosi, recriminando o escla-
mando, coinvolgendo ad ogni modo nell’operazione anche quella che è
ormai, dopo l’esclusione dalla pienezza, l’altra parola. Una tradizione ter-
restre, più tradizioni anzi, confuse e babeliche, di linguaggi, che rispondono
ciò nonostante a un’esigenza sufficientemente unitaria, a una richiesta
comune di superamento. Come dicono con efficacia i versi di Circondato
da sé: “Fugge la meraviglia delle cose, / e si scolora il mondo. sopravvive /
assediato l’erede di se stesso”. Dietro l’altra parola, la parola storica, a
tratti, per intermittenze, il ritrovato luccicare della comprensione paga di sé, la nota esclamante, la coincidenza fa la cosa e la sua denominazione: il riaf-
facciarsi almeno per un momento dell’amore ininterrotto.
Ed ecco così presentarsi, in Caramella, già all’altezza del suo secondo
libro di versi, I viaggi del Nautilus, ma fino alle ultime raccolte, testi impor-
tanti: testi poetici di premessa, a tutto un ampio e articolato lavoro; testi
rigorosamente e quasi ferocemente rivolti – nella selezione vocabolaristica
in atto non meno che nelle complessive risorse retoriche di riferimento
sempre più affinate e storiograficamente consapevoli – ad inscenare senza
tergiversazioni ed obliquità il tema creazionale che il discorso del poeta por-
tava con sé, tra i suoi motivi basilari, costitutivi, fondanti. “Un giorno
lungo il fiume si è levato / un volo di farfalle contro sole. / È stato come se
/ vibrassero all’unisono brillanti / mille ali e mille / rinfuse all’improvviso
dentro il cuore”.
si situa in questi decisivi crocevia testuali di un’esistenza e insieme di un
umano talento avuto in sorte, il movimento centripeto dell’iscrizione di
Alberto Caramella alla poesia, alle sue tradizioni. Una vasta opera di rico-
gnizione, di contestualizzazione, che bene ha saputo sovrintendere a quel-
l’incarico pubblicamente assunto che l’io di chi scrive avverte; un approfon-
dimento spartito generosamente con altri che rendesse davvero originali
quelle sue parole, che le relazionasse, che le indirizzasse compiutamente
come messaggio oltre i confini dell’io, oltre i confini dello spazio e del tempo.
In questo senso, c’era da valorizzare un passato squisitamente perso-
nale (in Caramella coltivatissimo, sull’onda sonora di quel «bravalbertino»
dell’educazione e dell’affetto che sovrintende all’affondo nell’infanzia, per
via simbolica, indagato a suo tempo con singolare finezza da Adelia Noferi);
e c’era – impostosi per via storiografica, di cultura e di tradizioni dell’arte
e della poesia – un «passato maggiore» fitto di nostalgie e di rimpianti,
accusatorio e desideroso, innamorato e inquieto: una ferita ancora aperta
sui grandi schermi dell’uomo, della sua storia fattasi quasi subito un
dramma, una tragedia della disappartenenza, una non archiviabile promessa
della divina somiglianza, una dolorosa smentita e insieme un rimpianto
generatore di nostalgia.
secondo versi epigrammatici di Alberto, citando: “Nessuno vorrebbe
(garbuglio dissennato) / rivivere il passato. / Viverlo scelto vorremmo aggredito, / l’aggressore, formato / a nostra immagine e somiglianza, // che
imperterrito seguita.” Nessuno vorrebbe (garbuglio dissennato); oppure, in
accordo con l’immagine guerresca evocata dall’incipit e dagli altrettanto ica-
stici versi di chiusura di Esistere: “Alzo la spada lucente, / non so dove cor-
rendo levando / un grido disperato e fiero. […] Essere finalmente, / tra
esseri fermati immobilmente: / generati dalla meraviglia: / essere Dio”
Esistere. o ancora: “Quando / traboccante a dismisura / creando mentiva
e ricreando / il sentimento il capriccio o l’ora / che sceglieva tra il comodo
e l’arsura / il falsissimo mito era più vero / di quest’ora percossa / e riper-
cossa ancora // Esca bagnata che non spende fiamma” Mito e realtà (verum
ipsum falsum).
Nell’esemplificare verità, contraddizioni e frizioni, aneliti, sfide e
cimenti, abbiamo peraltro avuto modo di attingere da uno dei timbri
della poesia di Caramella che in assoluto (d’accordo con una delle notazioni
avanzate da Maurizio Cucchi) riteniamo elettivamente più suoi: la conci-
sione epigrammatica, una stringente vena gnomica che, rilevabile nei suoi
corpo a corpo anche quando incastonata o posta a suggello di distensioni
liriche più ampie, domina su altre musiche provate e trovate, sperimentate
e soddisfatte.
Ma ciò che ci preme oggi ricordare è soprattutto questo: che Alberto
Caramella, collegando questi tipi di accertamento autobiografico al proprio
vivere, al di là di ogni drastico aut-aut presupposto da Gide tra mimesi e
desiderio, si è fatto portavoce complessivo di una giustificazione intrinseca
della scrittura. “L’atto di scrivere – ha affermato a margine delle sue creature
linguistiche, il poeta – testimonia il nostro esistere”. Ciò nonostante pro-
prio il citato Esistere, un testo poetico espressamente così intitolato, termina
con un auspicio in attesa di coronamento: «essere Dio» appunto, esserlo
«finalmente», con sullo sfondo – secondo altre risultanze della poesia di
Alberto – uno schianto creazionale, una furia, un sommovimento precipi-
tante che tutto investe, distruggendo o terribilmente riplasmando fra terra
e cielo, mentre nel caos “Cadono parole attonite, / scaglie di lebbra, ora-
zione volubile / voci morenti, maledicenti”.
La ricchezza e la gioia del nostro esistere, dunque, ma anche un nostro
riconfermato disagio, uno sconcerto infinito da finitudine e insieme un nostro desiderio continuo di nascere e di rinascere, di partecipare ad una
nuova vita, di lamentarsi o di competere, di dover subire o di combattere, di
ampliare nel vuoto e nelle dolorose insufficienze che ci affliggono una crea-
zione già data e insoddisfacente, e di riconoscerla intanto nella sua pienezza
sottintesa, perfettibile e compiutamente realizzabile: come nelle prospetta-
zioni filosofiche di Bloch relative alla coscienza anticipante, all’ontologia del
«non ancora» che presuppone in sé «fame di forma», o come sentenziano
con semplicità e confidente sicurezza due versi del poeta Caramella: “se
tutto è inutile assolutamente / protesterà la forma il suo splendore”.
sulla base di tali presupposti e tali necessità, Alberto Caramella ha
svolto una sorta di grande operazione storiografica di inquadramento e con-
testualizzazione storicizzante della propria immagine nativa di poeta: di
poeta riconosciutosi tale e come tale pubblicamente attestatosi. Ecco così
nascere la Casa della Luce, ecco così profilarsi tutto quel fervore di vita di
cui quella casa tra cultura e natura, diventata la Fondazione il Fiore sarà
generosa ed accogliente protagonista.Tanti anni di poliedrica e intensa atti-
vità in cui la promozione stessa di una propria immagine di poeta tardiva-
mente rivelatosi sembrava – io credo – volersi rifare, ricostituendo attorno
a un dono ricevuto, un quadro allargato di relazioni. Un quadro per tanto
tempo rimasto in lui per forza di cose un po’ mortificato, e al contrario
assolutamente da valorizzare, da conoscere e coniugare, da conoscere e
verificare, da conoscere e aggiornare per poi magari classicamente ricon-
fermare, ricercando la propria strada, la propria storicizzata pronuncia,
anche, diciamo pure la propria, testimoniabile iscrizione in atto.
C’era, in Caramella, anche questa brama insaziata e queste forme di
impazienza tipiche del novizio, e del novizio, aggiungiamo, non più gio-
vane e in altri campi molto esperto, ben consapevole di non avere molto
tempo per rendere piena ed efficace la sua professione artistica, il suo
inderogabile mandato poetico umanamente da svolgere, tra scelta e neces-
sità, singolare e plurale: “Nell’assoluta necessità / ho scelto l’esercizio più
difficile: / immemore di me di tramandare / una bellezza mia universale /
dal davanzale stretto / della mia libertà / non singolare” (L’io singolare). Fino
a quel proemiale, vitalistico e propiziatorio Il cigno rosso (poesia inedita) che
ancor più intimamente riconduce, con senile e spregiudicata sincerità, all’io e alle sue vicende in massima parte ormai trascorse. Quel Cigno
Rosso definibile addirittura di sapore tardo-dannunziano che parla nuova-
mente e affabilmente della vita, di erotici e arroventati tramonti e ancora di
intatte meraviglie come all’alba, di una poesia che è insieme “dolce lin-
guaggio” e “coda scintillante di femmina”; quel Cigno disposto a farsi
emblematicamente – come è stato suggerito – “un tutt’uno con l’attitudine
poetica, con la volontà di esprimere il tutto alla luce della vita-morte”. E
proprio a lui, a quel Cigno-campaniana Chimera, nel congedarsi e nel
restare, il poeta Alberto Caramella si rivolge: “oh, mio Cigno / già pronta
l’ombra / fa’ che non turbi / nemmeno l’ombra”.